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“Blockchain”, parola spesso usata a sproposito

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blockchainBlockchain” è una parola che usiamo sempre più spesso. Tuttavia in realtà molte volte viene usata a sproposito…

Dal punto di vista letterale (ovvero tecnico) una blockchain è un database di dati strutturati a blocchi concatenati. Detta così non sembra nulla di che… ed infatti dal punto di vista strettamente tecnico non è nulla di che.

Ma in realtà “dietro” blockchain c’è ben altro. In particolare c’è la decentralizzazione, che è la vera portata rivoluzionaria di questa tecnologia. Tutto però nasce da Bitcoin, non dalla catena di blocchi (che esisteva anche prima di Bitcoin): la prima blockchain decentralizzata in assoluto della storia infatti è quella di Bitcoin!

E la sua natura realmente rivoluzionaria sta proprio nel fatto di consentire di creare e pubblicare un registro decentralizzato, ovvero non gestito da nessuno in particolare. In una parola: trustless (ovvero che non richiede di doversi fidare di un ente certificatore per assicurarsi che sia corretto).

Dovete sapere però che non necessariamente tutte le blockchain sono trustless! Quindi in realtà sarebbe scorretto utilizzare il termine “blockchain” per riferirsi ad un database pubblico trustless. Ed infatti ci sono anche blockchain non trustless, la cui portata quindi cessa di essere realmente rivoluzionaria.

Purtroppo c’è anche un secondo equivoco: spesso il termine “blockchain” viene utilizzato per riferirsi alla tecnologia dei registri distribuiti, detta anche DLT (Distributed Ledger Technology).  Un registro infatti non deve necessariamente essere realizzato con una blockchain per esser distribuito, ma condivide con la blockchain decentralizzata la sua natura trustless. 

Come avrete capito c’è un po’ di confusione… ma c’è anche un leitmotiv: la natura trustless. Diciamo che oramai spesso la parola “blockchain” non viene utilizzata con il suo specifico significato tecnico, ma con il significato di “registro distribuito trustless“, ovvero un database che non viene gestito da nessun soggetto in particolare, e che non richiede di doversi fidare di un ente certificatore per essere sicuri che sia corretto.

Attenzione però: quando dico “corretto” non mi riferisco alla veridicità dei dati in esso contenuti, ma solo del rispetto del protocollo con cui è stato creato e viene gestito. Non c’è nulla che possa garantire che i dati inseriti e memorizzati in una “blockchain” (ovvero in un registro distribuito trustless) siano veritieri! Però si può avere la certezza assoluta che rispettino il protocollo con cui lo stesso registro è stato creato e viene gestito dai nodi, senza doversi fidare di nessuno: basta controllare di persona. Insomma, don’t trust: verify!

Pertanto d’ora in poi quando sentirete utilizzare la parola blockchain saprete che, anche se viene utilizzata a sproposito, si riferisce ad un registro distribuito trustless, in cui vengono memorizzati dei dati con la certezza assoluta che questi rispettino il protocollo con cui il registro è stato creato e viene gestito. Se da un lato questo non impedisce di inserire in una blockchain dati fasulli, dall’altro però li rende non manipolabili: una volta registrati rimarranno immutati per sempre.

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